È da un po’ che considero l’idea di cominciare a scrivere altrove per scrollarmi di dosso l’identità e i ricordi che mi legano a un luogo virtuale che nutro di miei pensieri da cinque lunghi anni. Sono sulla soglia di tanti cambiamenti e non sento più mio quello che è stato un nascondiglio per tutto questo tempo fatto di determinati luoghi e persone che sta pian piano giungendo al termine.
Stanotte ho aperto un nuovo blog quasi senza pensarci e credo che ora proverò a portarlo avanti. Potrei fallire e tornare a rifugiarmi qui, decidere di scrivere su entrambi o abbandonare definitivamente questo per concentrarmi sull’altro. In ogni caso difficilmente cancellerò o renderò privato questo.
Chiunque sia interessato può scrivermi per sapere l’indirizzo del nuovo blog, che per una sorta di rifiuto della continuità non scriverò qui. Io inizierò a seguire chi ho sempre letto con assiduità nei panni di cerbiatti.
Tutto questo per dire che se qualcuno scova un blog dove qualcuno scrive in un modo simile al mio, beh, una volta tanto potrebbe non essere un esserino senza carattere bensì la sottoscritta.
È già marzo a Milano. Le giornate invernali preludio della primavera che sta per tornare sono le mie preferite: a distanza di tempo le ricordo specialmente per una certa luce che sfuma di giallo tenue i contorni degli edifici più lontani e per i miei sensi che si fanno più vigili, pronti per essere invasi ancora una volta da tutti i profumi e i bagliori che la nuova stagione porta con sé.
Ogni cosa diventa più luminosa e gli studenti si fermano a chiacchierare a gruppetti lungo via Festa del Perdono, con le nuvolette di fiato caldo che accompagnano i loro discorsi che si fanno più rarefatte e i loro capelli che brillano scompigliati dal vento.
Durante queste giornate la mia mente riproduce canzoni di gruppi che ascolto soprattutto da marzo a settembre, e non importa se alla fine di questo inverno mancano ancora trentun giorni e una tesi da scrivere.
Cammino incontro al sole, compiaciuta per quella momentanea e tiepida cecità, e ripenso all’altra sera.
Diluviava e io ero in un parcheggio grigio ad aspettarti chiusa in macchina, furiosa e delusa per la tua ennesima mossa falsa, indecisa se incontrarti o scappare. Mi tornano in mente un’altra volta le nostre dita che si sfioravano, ore dopo, mentre ti insegnavo a fare le barchette di carta - chissà perché poi finisco sempre per insegnare a tutti come si fanno gli origami. Alle quattro del mattino ho chiuso alle mie spalle la porta di casa e mi sono sentita come se fossi a due passi dallo star bene senza riserve: questa brevissima epifania mi è parsa meravigliosa.
Un raggio di sole colpisce la mia mano stranamente calda e i miei pensieri tornano al presente mentre Noel Gallagher canta nella mia testa canzoni di maggio. Forse è proprio per questi moments of being che non mi stanco mai delle tue contraddizioni, dei nostri bisticci, di questo eterno tempo di attesa per qualcosa che potrebbe non realizzarsi mai. È da queste sensazioni che ha origine il sentimento che provo per te: saperti futuro possibile - poterti scegliere, se voglio, con la convinzione che starei benissimo.
Stand by me
Nobody knows
The way it’s gonna be
Attualmente vivo sul confine tra il mondo reale, fatto di luoghi e persone stabili nella mia vita, e una serie di mondi possibili che si aprono appena oltre i limiti di quello in cui abito.
Mi sento sull’orlo di due tempi eterni, il passato e il futuro, mentre il presente scorre rapido tra le mie dita senza che io riesca ad afferrare alcunché.
È come se avessi la consapevolezza che questa prima fase della mia vita stesse pian piano giungendo al termine: ogni giorno la mia mente viene scossa da un sentimento insieme elettrizzante e apocalittico derivante dal fatto che questi sono gli ultimi mesi che passerò qui (in questo ambiente, con queste persone, nei panni di questa me) e anche se non starò via per tanto tempo è assolutamente certo che quando tornerò qualcosa sarà cambiato (io, principalmente).
Soffro lo scorrere del tempo e la pressione derivante dal fatto che presto sarò costretta a scegliere solo una delle potenzialmente infinite possibilità che ho davanti (scelte che determineranno la mia vita in termini di studi, città, carriera, persone, TUTTO).
Una degli aspetti della vita umana che mi rende inquieta da quando ho ricordi è il costante timore di aver fatto la scelta sbagliata; ancora di più mi tormenta l’ignoto che si cela dietro tutto quello che avrebbe potuto essere ma non è per il semplice fatto che qualcos’altro è stato. E non è mai possibile tornare al momento in cui tale decisione è stata presa; qualsiasi deviazione sarebbe vita in più che si sommerebbe a tutte le scelte compiute precedentemente, nessun cambio di rotta annullerebbe ciò che già è stato scelto e vissuto. Potenzialmente ogni scelta della nostra vita, dunque, preclude infinite vie alternative - infinite vite altre che rimarranno solo periodi ipotetici del terzo tipo - e apre un baratro di decisioni migliori e peggiori che combinate tra loro avrebbero fatto di ognuno di noi degli altri noi.
“I get this sudden sinking feeling
Of a man about to fly”
(Demons - The National)
Ottobre. Sensazione applicabile a qualsiasi situazione: salita delle montagne russe lenta, ripida, inarrestabile.
Scrivo tanto ma soprattutto nella mia mente. Annoto dettagli, mi scompongo e osservo (imparo) me stessa nei comportamenti degli altri.
Mi sento destinata a diventare sempre più taciturna e solitaria in questa prigione di luoghi e persone autocreatasi negli ultimi anni. Mi chiedo sempre più spesso cosa ci sia concretamente a trattenermi, e i motivi diminuiscono sempre più: ora solo l’università mi inchioda in questo posto e tra poche lune mi libererò anche di quest’ultimo vincolo. È tutto talmente arido e statico che non so come comportarmi, e infatti non mi comporto e mi faccio arida e statica anch’io. Sanno fare tutti a meno di me e io sto imparando, esclusivamente per riflesso, a fare a meno di loro. Nessun rapporto si porta avanti per inerzia e io sono stufa di azionare da sola i meccanismi che stanno dietro a quello che lega due persone. L’energia presto o tardi finirà e io stessa raggiungerò la folla incolore degli hollow men. Perché intorno a me c’è così tanta umanità scontenta e noncurante, buco nero che convoglia e annulla allegria e benessere? Sono reali questi esseri o sono un tetro riflesso di quello che ho dentro? Mi sono resa conto che esiste un’enorme differenza tra me e gran parte delle persone che conosco. E non si tratta di indipendenza o abitudini più o meno radicate nel profondo dei nostri caratteri così diversi: a molte manca l’empatia, la naturalezza con cui ci si accosta e ci si prende cura di chi si sceglie di avere attorno. È faticoso, è inutile, è accessorio poco pratico per questi individui asciutti e chiusi a guscio appena sotto un’apparente affabilità. È tutto così irreale. E io così stanca.
This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.
[in corsivo: The Hollow Men - Thomas Sterns Eliot]
alle sei di questa mattina credo di aver sentito dei bisbigli provenire dall'altra stanza e sono abbastanza certa che fossero c e la sua ragazza che si parlavano poco prima di addormentarsi. sono subito tornata con la mente a quando di fianco a lui ci stavo io e poi ho sperato di riuscire ad addormentarmi in fretta perché l'idea di avere solo una porta e pochi metri a dividerci mi stava facendo impazzire. poco prima di perdere completamente la percezione delle cose che mi stavano attorno mi sono chiesta se quello che considero un capitolo ormai chiuso della mia vita non sia stato frutto di un enorme sogno collettivo, o se la mia vita vera era quella che ricordo ed è adesso che vivo nel falso, fluttuando in uno stato indefinito mentre i “noi” reali sono tutti altrove, ancora intatti e uniti. ci siamo stati davvero, noi due? mi sembra tutto talmente lontano e sereno che potrebbe essere uno dei sogni che faccio periodicamente che a volte, da sveglia, cerco di raccontarmi come se fossero una storia inventata.
ieri ogni volta che c mi guardava cercavo di immaginare quello che stava pensando - gli sarà venuto in mente qualcosa dei due anni passati insieme?
poi ho confrontato la me di due o tre anni fa con la me attuale per cercare di capire quello che poteva trovare di diverso. sono cambiata, ma certi lati del mio carattere ormai smussati non hanno impedito la crescita di nuovi spigoli che man mano che passa il tempo diventano sempre più duri e appuntiti. mi sembra di non aver concluso niente, da dicembre scorso. c'è stato un prima (lui) ma ora non c'è nessun dopo, solo voglia di essere altrove e progetti futuri e imprecisi. il presente (anche in senso più generico del semplice attimo) sfugge, non sembra esistere. potrei fare tanto per distrarmi ma forse vedermi con chi non fa parte della mia solita cerchia di amici danneggerebbe me e loro insieme. mi sembra di non essere più in grado di avere rapporti stabili a tal punto che ogni volta che qualche amico mi parla della propria storia io cerco di capire cosa manchi in me che prima avevo e mi faceva sembrare naturale e tutto sommato splendido condividere la vita con una persona. è qualcosa che adesso evidentemente non ho più, perché non riesco a capire come si possa anche solo pensare di gettarsi incondizionatamente nelle mani di qualcun altro. anche chi mi attrae, anche chi mi interessa veramente mi sembra troppo inavvicinabile (per colpa mia, sono io che non ho i mezzi per avvicinarmi o quantomeno rendere possibile un avvicinamento concreto). conoscere e farsi conoscere così a fondo forse non fa più per me. et alors, quoi?
comunque dopo queste ultime ore ho realizzato che forse non odio neanche più quei due, per quanto poi negherò mille volte quello che sto scrivendo adesso per motivi più o meno futili. sono persino stanca di avercela con loro per quello che è successo e per tutte le conseguenze che ci sono state. non è che li abbia proprio assolti, però. non li odio più sostanzialmente perché non mi pare più totalmente mio quello per cui ho sofferto: è come se avessi letto questa storia - la mia - su un libro su cui ho riflettuto talmente tanto che i personaggi sono un po’ entrati in simbiosi con me; in fondo però so che si tratta solo di figure narrative, caratteri prefabbricati secondo il progetto di qualche scrittore che smettono di esistere non appena il libro termina. ciò di cui parla il libro non è che una parentesi della loro vita, e a libro concluso è come se anche la loro vita futura ai fatti narrati fosse svanita o addirittura mai esistita. hanno significato qualcosa per chi ha letto la loro storia e per questo sono in grado di vivere anche al di fuori del libro materiale, nella mia mente e nella memoria collettiva, ma finzione rimangono. ecco: è come se c e io stessa fossimo characters di qualcosa di letto, fatto mio, ma mai vissuto sulla mia pelle. e nessuno può detestare in modo così sofferto e viscerale l'antagonista di una storia inventata, no?
provo una sensazione parecchio disorientante ormai da tempo: credo che tutto quello in cui sono immersa (o sommersa) (amici, p, certe decisioni determinanti) non cambierà tanto presto.
tira un gran vento
nei meandri della testa
(Source: youtube.com)
dovrei prendermi una giornata per riflettere su quanto tutto ciò che proviamo sia apparentemente tanto ma a conti fatti poco esclusivo, anche se a ciascuno di noi sembra sempre di soffrire e amare in modo straordinario, unico e amplificato oltre l'umano. il punto credo sia che siamo talmente diversi che nessuno sarà mai in grado di capire del tutto chiunque altro; allo stesso tempo però siamo tutti lo stesso genere di creatura portata per natura a reagire in determinati modi indipendentemente da chi siamo, quello che vogliamo e quello che siamo stati finora: da qui l'enorme contrasto.
ultimamente scrivo poco perché i mesi scorsi ho letto una quantità improponibile di libri che spesso sono stati specchio di quello che sentivo o hanno saputo anticiparmi ciò che ancora non avevo esternato/svelato a me stessa. mi ci sono immedesimata talmente tanto che sarei in grado di parlare di me usando esclusivamente frasi tratte dalle loro storie o al peggio rielaborando inconsciamente qualche pensiero altrui particolarmente appropriato. insomma, non farei che ripetere quello che è già stato espresso perfettamente da persone con idee indubbiamente più chiare delle mie.
intanto mi sembra di essere incagliata sullo stesso scoglio da un anno e tutto mi scorre addosso senza lasciare tracce e ancora una volta io preferisco occuparmi degli altri piuttosto che di me stessa (tanto nulla di ciò che mi riguarda è importante o tangibile - sono solo sogni realizzabili tra molte lune, e rivelazioni da tuffo al cuore e nel passato allo stesso momento, e passato che ritorna per essere scioccamente paragonato a qualsiasi cosa o per ricordarmi quanto io non abbia fatto che pochi passi da quando tutto ha iniziato a rallentare e rendermi sempre più inerte)
nel chiostro grande della statale in questi giorni c'è un'installazione, scale infinite, che consiste in un gruppo di scale che si intersecano l'una con l'altra, partendo e giungendo in direzioni diverse, e non portano esattamente a nulla. terminano all'improvviso, poi il vuoto chiuso da un pannello trasparente. profumano di legno lieve; lassù, solo piacevoli scorci di quello che normalmente osservo dal basso.
bene: questa è una metafora concreta di quella che attualmente è la mia vita
è da quando mi sono svegliata che mi viene da piangere. forse se lo scrivo qui passa più in fretta. dovrei trovare una nuova biblioteca magica in grado di impedirmi di avere gli occhi lucidi per ore e di togliermi il male di vivere di certe giornate.
mi confondi tremendamente.